Giacomo Leopardi è sicuramente il maggior poeta dell’800, che, storicamente vive durante
il Romanticismo, ma si discosta completamente da questa corrente, a tal punto da
essere considerato quasi come il padre della poesia moderna. Egli occupa anche
un ruolo molto importante a livello filosofico, anche se molto spesso questo
aspetto viene trascurato. La sua maggiore opera filosofica, oltre che
letteraria, è sicuramente lo “Zibaldone di pensieri”, nel quale raccoglie
ragionamenti e brevi scritti su argomenti vari. Se abbandoniamo il concetto di
linea euclidea e la vediamo più come una logica da seguire, troviamo diversi
rifermenti in questo senso. A questo proposito egli muove una critica nei
confronti di Ludovico di Breme, scrittore suo contemporaneo: Leopardi vede nei
ragionamenti del Breme la “linea del suo ragionamento torcersi e piegare”,
perché avendo perso il filo logico del suo pensiero, si rifugia ne “l’angustia
del metafisico”. Secondo di Breme
esistono due tipi di immaginazione. Quella, tanto lodata, degli antichi in
realtà era ignorantissima su ogni cagione: essi di ogni accidente fecero
poesia, poiché, non avendo alcuna conoscenza scientifica, tendevano a
interpretare ogni evento naturale con la poesia, la mitologia. L'uomo moderno
quindi non può far proprio questo modello di poesia, valido per un'altra epoca.
L'immaginazione moderna si basa sulla conoscenza della realtà e su un metodo
logico. Tipico dell'immaginazione moderna è il patetico, che non è né
malinconico né lugubre, ma è legato al sentimento ed è svelamento della natura.
La bravura del poeta, secondo Leopardi, risiede nell’utilizzare per bene
l’illusione e “se il poeta non può illudere non è più poeta.[…] Quando uno
di noi si mette a leggere una poesia sapendo di dover esser sedotto e
desiderando di esserlo, tanto crede al più falso quanto al meno falso, tanto
crede al Milton quanto a Omero, tanto agli spettri del Bürger quanto
all’inferno dell’Odissea e dell’Eneide”.
Nessun commento:
Posta un commento